L'inferno in vita

Copertina crimini in tempo di paceNuovo dialogo lunedì 20 marzo, questa volta dedicato alla questione animale ed all'ideologia del dominio traendo spunto dal testo di F. Trasatti e M. Filippi Crimini in tempo di pace.

 

Il libro, in apertura, offre la lettura del problema della relazione tra esseri umani e animali non umani (e non è un caso che l'uomo si dimentica di essere anch'egli parte del regno animale)  come un parallelo dell'inferno dantesco.

 

Al posto di Lucifero, ci siamo proprio noi, l'Umano, a condannare ad un inferno in vita, con la morte come liberazione, una quantità inaudita di animali (con in pole position nella classifica delle vittime da trovarsi tra i silenziosi pesci ed i polli) che, a differenza dei dannati della Divina Commedia, occupano i vari gironi infernali senza alcuna colpa se non quella di avere un differente livello di utilità/nocività secondo il metro di giudizio rigorosamente antropocentrico.La lacrima dell'animale

 

Questa infernalità della vita degli animali è indotta dalla nostra visione distorta che, come emerso da quando si è rotta l'unità tra umanità e natura, li rende oggetti, misurati esclusivamente secondo nostri parametri di cui la proprietà è uno dei principali: con alcune variazioni date da mode, culture, ecc., quest'oggettivazione si estende non solo agli animali destinati al consumo alimentare, ma anche ai cosiddetti animali domestici, importanti perché nostri.

 

Nel testo - così come nel dialogo - si rileva la continuità tra il dominio cui sono soggetti gli animali non umani con quello cui sono soggetti invece gli animali umani: anche questi ultimi, per molti versi, si muovono su e giù lungo i gironi di quest'inferno, occasionalmente uscendo da quel purgatorio che è il mondo degli umani per essere disumanizzati, animalizzati e quindi oggetti di cui disporre a piacimento, eventualmente sterminati come ben ci ricorda la Shoah oppure il più recente genocidio in Rwanda.

 

Piramide del sistema capitalisticoSostanzialmente, quanto avviene è che la famosa piramide del sistema capitalistico, come qui ritratta con questo storico poster dell'IWW, va estesa e dinamicizzata con ulteriori piani sotterranei le cui posizioni sono occupate dagli animali e dagli umani disumanizzati, schiacciati e sfruttati da tutto il peso sovrastante.

 

Quindi, a differenza di quanto invece è promosso da ampie fasce di animalismo e veganesimo (basta ricordare alla presenza di organizzazioni neofasciste tra gli animalisti), la questione animale può essere significativamente e compiutamente affrontata solo se c'è una radicale e profonda revisione in senso generale delle relazioni di dominio, comprendendo quindi anche le relazioni che avvengono all'interno della specie umana, verso prospettive di maggiore libertà, uguaglianza, solidarietà: altrimenti si rimarrà sempre ad un livello superficiale, incompleto, incoerente, controproducente, ingiusto, autoritario.

 

Nel corso della discussione son poi state affrontati vari aspetti della questione.

 

C'è stata la considerazione che la nostra stessa presenza in vita, così numerosi (10 miliardi di umani previsti per metà del XXI secolo), così esigenti in termini di risorse (non solo terreno da consumare per alimentazione), è tale da essere fonte dell'oppressione cui tutta la natura è soggetta: un'idea è che quindi siamo semplicemente troppi e troppo esigenti, che la specie umana dovrebbe sì ridurre le proprie richieste di risorse (e quindi ben vengano tutte le voci che richiedono una riduzione di consumi, che sono a favore del riciclo, ecc.), iniziando dall'Occidente così vorace ed evitando che gli stessi passi vengano seguiti nei paesi in via di sviluppo, ma anche incamminarsi lungo un percorso di forte denatalità che possa lasciare fisicamente più spazio alla natura.Folla a Katmandu

Un'opinione emersa è anche quella che vede molta parte del dibattito sulla questione animale come classista, in quanto è promossa da privilegiati (bianchi occidentali benestanti) per privilegiati: per esempio, proprio la richiesta di una vita più sobria può risultare effettivamente offensiva nei confronti di quelle ampie fasce di popolazione che, nella loro numerosa povertà, stanno contribuendo così pesantemente alla devastazione della vita animale e della natura in genere (si pensi alla fame di terreno di una popolazione in crescita che restringe sempre più gli spazi per gli animali nelle foreste del Congo). Questo fatto, tra l'altro, dovrebbe rendere più evidente ancora come sia ingiusto separare la questione animale dalla questione umana, da collocare quindi dentro una questione di oppressione più generale.

Altra nota è la delega del lavoro sporco, il porre distanze tra noi consumatori e l'animale che, attraverso mediatori specializzati, ci arriva per davvero completamente oggettivizzato, completamente deprivato del proprio essere parte di un vivente: si pensi agli elaborati che non mantengono nessuna forma che possa richiamare l'origine, si pensi a tutta l'operazione di cosmesi che annulla quanto può suscitare magari pietà). Questa distanza ci impedisce quindi ogni relazione, ci permette di aderire ad ipocrisie quali la mucca felice, oltre a svuotarci di un'abilità umana primordiale (quella che ci permette di procacciarci il cibo).

 

Dopo circa due ore, l'incontro si è concluso con l'invito ad un nuovo appuntamento da fissare in aprile, che sarà dedicato questa volta al Liberare l'amore.